miércoles, 1 de mayo de 2013

Boston no está en Angola




















Boston ha atraído justamente la atención de la comunidad internacional. Así, numerosos diarios han adoptado el formato de titular a cuatro columnas o a toda página para narrar la tragedia, sus implicaciones geoestratégicas y la persecución policial subsiguiente. A todo ello ha contribuido el hecho de que se produjera en un contexto tan lúdico como una maratón. Al terminar la carrera que le dio nombre, un soldado griego pudo comunicar a los atenienses la victoria de sus camaradas sobre las tropas persas y pagó por ello, exhausto y acabado, con su vida; los tres corredores del pasado 15 de abril han pagado por un conflicto que continúa.

Pero también hay masacres silenciosas. Guerras que prosiguen sin una maratón que certifique su final o al menos les ponga altavoz. En Afganistán, de cada mil niños nacidos vivos 157 mueren en muy temprana edad; son 129 en Chad o 117 en Angola, cifra representativa de una vasta zona del área centro-oriental de África. En España, los estudios arrojan la cifra de 3,9 fallecimientos, muy similar a la de los países de nuestro entorno europeo. Los datos, relativos al período 2005-2010, provienen del atlas estadístico de The Economist publicado por Profile Books.

Son miles los niños que mueren a diario a causa de las hambrunas, la insalubridad y las guerras civiles que azotan al mundo – muy en particular, a la castigada franja central del continente africano. Víctimas que aún no han corrido su carrera.

Que la muerte –dramática e injusta– de tres civiles estadounidenses genere tal conmovición mediática, ajena a los miles de inocentes que fallecen al mismo tiempo en África, tiene su explicación. La rutina nos ha familiarizado con la masacre silenciosa; la ha puesto en sordina. Toca a nosotros salir de la modorra de una burguesía onanista y fláccida. Porque la sangre de nuestros hermanos clama al cielo. Y porque el progreso de nuestra civilización se halla ligado a la actitud que adoptemos hacia ellos.

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Artículo propio publicado en el diario La verdad de Alicante (30/04/2013, p. 19). Fotografía de Kaysha: "Luanda, Angola, Africa. 10/08" (fuente: flickr.com). 

lunes, 22 de abril de 2013

Grillo, il meglio è nemico del bene























Non sempre. Bisogna avere dei grandi ideali per riuscire a scuotere le acque della Storia. Il detto però è azzeccato nel senso che un’interpretazione dei fatti troppo idealistica, lontana dalle variabili che tessono l’ordito degli avvenimenti, può alle volte far saltare per aria le possibilità di un bene forse limitato, piccolo, ma praticabile.

E’ successo proprio così nelle ultime svolte della politica italiana. Malgrado le sue invettive contro la gerontocrazia e i richiami a favore del rinnovamento nelle cupole del governo, Giorgio Napolitano (87 anni) ha prestato oggi giuramento nel Quirinale come presidente rieletto della Repubblica. Un fatto nei cui confronti Grillo ha sollevato dei sospetti di cospirazione: sarebbe “un colpettino di Stato furbo”, ha detto in allusione alle manovre fallite di Pdl e Pd per giungere a un consenso sui nuovi candidati alla presidenza.

La chiave per aprire la porta della novità (in questo caso, a un candidato del centrosinistra lontano dall’universo Berlusconi) Grillo però ce l’aveva in mano. Occorreva soltanto scendere dagli orizzonti ideali del Paese senza partiti tradizionali nell’arena delle vere trattative politiche dell’Italia d’oggi. L’intesa fra i deputati grillini e quelli del Pd sarebbe stata in grado di forzare l’elezione di un nuovo candidato progressista e potrebbe aver sbrigato il desiderabile declino delle forze di Berlusca.

La storia ci insega una volta in più che la politica richiede sovente patti prudenti, mirati a raggiungere quel traguardo praticabile che forse non soddisfa tutte le nostre aspettative ma contribuisce a un ragionevole bene comune. Quei patti che i partiti non sono riusciti a raggiungere. “Convenienze, tatticismi e strumentalismi”, ha tuonato questo pomeriggio un commosso Napolitano, che hanno condannato “alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento”. Il meglio è nemico del bene. Non sempre ma spesso, e soprattutto in politica.

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Nell’immagine: “Faint blade”, fotografia di Pensiero (fonte: flickr.com). 

La política y el abismo




















Cuando Edipo llega a Tebas –ciudad donde habrá de enfrentarse a su destino–, encuentra allí a la esfinge; ésta aterroriza al pueblo proponiéndole enigmas, sutiles y terribles, que los ciudadanos no saben resolver y por cuya causa mueren. Edipo se confronta con la esfinge y la vence. En su libre y magnífica versión cinematográfica de la tragedia de Sófocles, Pier Paolo Pasolini incluyó en ese pasaje una frase de su cosecha. A punto de ser arrojada al Hades de donde procede, la Esfinge le dice a Edipo que lo que pretende no tiene sentido: «Es inútil. El abismo al que me arrojas está dentro de ti».

En el último barómetro electoral del Centro de Investigaciones Sociológicas, hecho público el primer miércoles de febrero, el Partido Popular acusa un desgaste que le lleva a perder nueve puntos desde las elecciones generales del 20 de noviembre de 2011; el Partido Socialista apenas recupera 1,2 desde entonces. Algo más (2,38 y 2,04 puntos respectivamente) ganan en intención de voto Izquierda Unida y Unión, Progreso y Democracia. Algunos miembros de PP y PSOE han restado importancia al sondeo; otros abogan por activar resortes que permitan mejorar su imagen pública.

Pero es inútil. El abismo al que intenta arrojar sus fantasmas esta generación de políticos está en su interior. Un admirado compañero y amigo me decía hace poco que el bipartidismo resulta inevitable como horizonte democrático. Creo que tiene razón. Pero lo que no resulta inevitable es la presencia de la generación de actores que ha convertido la política española de las últimas décadas en una pantomina, con el rebufo de corrupción y descrédito hoy a la vista.

El abismo más profundo es el interior. El Edipo de Sófocles permitió a Pasolini una relectura en clave psicoanalítica y marxista. Quizá para nosotros –en España, en Europa– esté llegando la hora de una rebelión contra los padres putativos de un sistema que da signos de agotamiento. La debacle de la actual clase política ha de servir de aviso para navegantes e inicio de un nuevo ciclo. Para ello se requiere que los ciudadanos cobremos conciencia de la impostura colectiva y que mantengamos, a la vez, la esperanza en el diálogo y en la concordia por venir.

Pero quizá la esfinge nos devuelva aún su certero aviso. Necesitamos, sí, auténticos servidores de lo público: la pregunta es si una sociedad en gran parte anestesiada por el consumismo y narcotizada por la telebasura está en condiciones de generarlos. Quizá sea inútil; quizá el abismo esté dentro de nosotros. En resolver esta cuestión, sutil y terrible, se cela el destino al que hemos de enfrentarnos.

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Artículo propio publicado en el diario La verdad, edición de Alicante (23/02/2013, p. 19). En la imagen: "Edipo y la esfinge", cáliz ático fechado en torno a 480-470 a. C., Museos Vaticanos (fotografía de Sebastià Giralt, flickr.com). 


domingo, 31 de marzo de 2013

Il cuore pulsante delle parole





















Ci sono parole taglienti che feriscono come spade. Ci sono poi parole eccessive, che denotano mancanza di familiarità con gli altri oppure con il linguaggio stesso, come abiti pacchiani. Ci sono infine parole semplici che parlano al cuore. Ecco le parole con cui ho fatto gli auguri di Pasqua ai miei studenti:
Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli. Pietro non capiva nulla, rifiutava. Ma Gesù gli ha spiegato. Gesù –Dio– ha fatto questo! E Lui stesso spiega ai discepoli: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto io».

E’ l’esempio del Signore: Lui è il più importante e lava i piedi, perché fra noi quello che è il più alto deve essere al servizio degli altri. E questo è un simbolo, è un segno, no? Lavare i piedi è: “io sono al tuo servizio”. E anche noi, fra noi, non è che dobbiamo lavare i piedi tutti i giorni l’uno all’altro, ma che cosa significa questo? Che dobbiamo aiutarci, l’un l’altro. A volte mi sono arrabbiato con uno, con un’altra… ma… lascia perdere, lascia perdere, e se ti chiede un favore, fatelo.

Aiutarci l’un l’altro: questo Gesù ci insegna e questo è quello che io faccio, e lo faccio di cuore, perché è mio dovere. Come prete e come vescovo devo essere al vostro servizio. Ma è un dovere che mi viene dal cuore: lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato. Ma anche voi, aiutateci: aiutateci sempre. L’un l’altro. E così, aiutandoci, ci faremo del bene.

Adesso faremo questa cerimonia di lavarci i piedi e pensiamo, ciascuno di noi pensi: “Io davvero sono disposta, sono disposto a servire, ad aiutare l’altro?”. Pensiamo questo, soltanto. E pensiamo che questo segno è una carezza di Gesù, che fa Gesù, perché Gesù è venuto proprio per questo: per servire, per aiutarci.

(…) Avanti e non lasciatevi rubare la speranza. Capito? Sempre con la speranza avanti!

Sono state pronunciate dal Papa Francesco lo scorso giovedì, durante la celebrazione in coena Domini, rivolte ai ragazzi e le ragazze dell’Istituto Penale per minori “Casal del Marmo” di Roma. Parole schiette che lasciano allo scoperto i tesori dell’umanità. Spade nude che svelano il cuore pulsante della missione di Cristo, vivo ancora tra noi.

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Nell’immagine: “Incredulità di san Tommaso”, particolare, dipinto da Michelangelo Merisi da Caravaggio verso il 1600 (Bildergalerie Potsdam).

viernes, 29 de marzo de 2013

La condición humana. Reflexiones a partir de Bach
























Siempre he amado la bachiana “Pasión según san Mateo”. No sólo a causa de su música, sino también por sus textos poéticos, naifs incluso, a menudo tan próximos al bíblico Cantar de los Cantares. Tan cautivadores que uno se adhiere espontáneamente a su sentido espiritual. Junto con todos los que han cantado y amado esta música, podría decir también: «Cuando deba partir / no te separes de mi lado; / cuando tenga que sufrir la muerte / ¡sal tú entonces por mí!; / cuando los terrores más hondos / me cerquen el corazón, / líbrame de la angustia / por tu angustia y tu dolor.»

Así suena la novena estrofa del canto “Oh rostro lleno de sangre y heridas”, según el texto escrito por Paul Gerhardt (1607-1676); la melodía, en cambio, proviene de Johann Crüger (1568-1662). Ambos –texto y música– fueron empleados por Johann Sebastian Bach (1685-1750) en su “Pasión según san Mateo”, así como en la cantata “Mirad, subimos a Jerusalén” y en el Oratorio de Navidad.

Bach logra asombrarnos con las musicalizaciones –tan diferentes en registro– de esa única melodía. En la Pasión, texto y música son entonados por un sufriente pueblo que acompaña con íntimo dolor a Cristo en su bajada al abismo del sufrimiento; en el Oratorio expresan, entre percusión jubilosa y trompetas de triunfo, la dicha por el nacimiento del Salvador. Una melodía y dos sentidos contrapuestos.

Hay aquí una (aparente) paradoja en la que conviene reparar. En el film Tierras de penumbra (Richard Attenborough, 1993), C. S. Lewis alude a algo similar. Se refiere ahí a la dicha experimentada junto a su difunta esposa para mostrar las dos caras del amor: la tristeza de la inexorable pérdida formaba ya parte del gozo de tenerse el uno al otro; y la alegría de entonces forma parte de la tristeza de ahora. Se trata de la paradoja del amor.

Los caminos del amor encierran toda la dicha y todo el desgarro del mundo. Esa dialéctica teje la trama de la condición humana mientras nos hallamos en camino. La música y la poesía nos introducen en ese misterio. Cristo personifica el desafío de un amor incondicional y eterno, tierno y sin medida, que viene al encuentro del hombre en el abismo del desamor y de la muerte. «Tu boca me ha deleitado / con leche y dulces manjares; / tu espíritu me ha colmado / con incontables goces del cielo.»

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Artículo propio publicado en el diario Información, edición Elche / Baix Vinalopó (26/03/2013).En la imagen: "Descendimiento", por Caravaggio, hacia 1602 (Museos Vaticanos).